Prossimamente (più o meno) in sala: Sfida Senza Regole (Righteous Kill)/The Fall

September 26th, 2008

Righteous Kill (Sfida Senza Regole nella discutibile traduzione italiana) è il film interpretato da Robert De Niro e Al Pacino, che li vede tornare insieme sul grande schermo a più di 10 anni da Heat, dove però condividevano soltanto una scena. Questo thriller, diretto da Jon Avnet (Pomodori Verdi Fritti) è la storia di due poliziotti newyorkesi, compagni di lavoro da sempre, che si ritrovano a dover investigare sull’omicidio di un pappone, un caso apparentemente legato a qualcosa che credevano di aver risolto. Questo li porterà a mettersi alla ricerca del killer e a scoprire che si tratta di qualcuno che decide di far passare all’altro mondo tutti coloro che, pur avendo colpe, sono riusciti a farla franca grazie a cavilli o a buchi del sistema giudiziario. E i due cominceranno a dubitare della colpevolezza di chi avevano arrestato diversi anni prima. E’ davvero un crimine contro il bel cinema che due miti del grande schermo come De Niro e Pacino (il mio attore preferito, non dimentichiamolo) siano utilizzati in un thriller degno di quelli trasmessi il Sabato sera su Rai 2 o in seconda serata su Italia 1. Il film di Avnet, sceneggiato da Russell Gewirtz, che aveva mostrato davvero di saperci fare con lo script di Inside Man (ma che qui sembra essersi davvero perso), è davvero deludente, sotto ogni punto di vista. Il cosiddetto “colpo di scena” si intuisce praticamente un paio di minuti dopo l’inizio della pellicola, tanto che non si vede l’ora che tutto finisca per capire se l’intuizione è stata corretta oppure no (tranquilli, sarà proprio quella…). A corredo di questa sceneggiatura da bocciatura c’è anche una regia piatta, banale e priva di ogni capacità di dare ritmo al film, che risulta noiosissimo pur durando soltanto un’ora e mezza. A nulla serve nemmeno la presenza del dinamico duo, che risulta quasi surclassato, a livello recitativo (Pacino poi, verso la fine, gigioneggia che è un piacere), dalla breve parte interpretata da Curtis Jackson, 50 Cent per gli amici, che si rivela l’unica sorpresa della pellicola. Nemmeno la poliziotta amante del sado-maso interpretata da una sempre sexy Carla Gugino riesce a dare la scossa a un film morto in partenza, che avrebbe potuto tranquillamente saltare l’uscita cinematografica per finire dritto su DVD. Il “più o meno” presente nel titolo del post, poi, è dovuto, visto che la pellicola esce oggi nelle nostre sale, anche se io ho avuto modo di vederla un paio di giorni fa. Non potevo però esimermi dal non recensirla, tanto per consigliarvi cosa NON andare a vedere questo weekend. Bocciato senza remore. :star: :star:

Righteous Kill Righteous Kill

The Fall rappresenta invece il ritorno sul grande schermo di Tarsem Singh, il regista di origine indiana responsabile di uno dei film visivamente più belli di tutta la storia del cinema, The Cell (che purtroppo, a livello di sceneggiatura, faceva veramente acqua da tutte le parti) e di numerosi clip musicali e spot pubblicitari, tra i quali vanno segnalati Losing My Religion dei R.E.M. per la prima categoria e un paio di spot per la Campari (ve lo ricordate quello della donna che sembra uomo e dell’uomo che sembra invece una donna? ecco, lui ne era il regista) per quanto riguarda la seconda. Se c’è una cosa che non si può negare, è l’incredibile talento visivo del buon Tarsem, che si dimostra ai massimi livelli anche in questa pellicola, liberamente ispirata a un film bulgaro del 1981, tale Yo Ho Ho, che è la storia di uno stuntman che, nella Los Angeles degli anni ‘20, rischia di restare paralizzato in seguito a una caduta fatta per impressionare la sua ragazza e che si ritrova così in ospedale, dove fa amicizia con una bambina, alla quale racconterà una serie di favole, rigorosamente inventate, che hanno come protagonisti 5 eroi provenienti da luoghi completamente agli antipodi. Pian piano, la linea che separa realtà e fantasia comincerà a farsi sempre più labile, con conseguenze non proprio piacevoli per i due protagonisti. Girato nell’arco di 2 anni in ben 18 paesi diversi, il film di Tarsem è, come prevedibile, una vera gioia per gli occhi: ogni sequenza potrebbe essere paragonabile a un quadro da quanto risulta perfetta, quasi dipinta, sullo schermo. Questa volta, però, c’è anche una certa trama a supportare il film, che si snoda parallelamente su due piani “storici” diversi, complementari l’uno all’altro, che riescono letteralmente a incantare lo spettatore, grazie anche all’aiuto dell’incredibile impianto scenico. Il protagonista Lee Pace (Pushing Daisies) è perfettamente tagliato per la parte dell’eroe, ma la vera sorpresa è rappresentata dall’11enne rumena Catinca Untaru (che aveva 7 anni al momento delle riprese), a dir poco incredibile per l’umanità che riesce a dare al suo ruolo, dovuta anche ad alcuni trucchetti utilizzati dal regista (che ha spacciato Pace per paraplegico per quasi tutta la lavorazione del film, ottenendo reazioni incredibilmente autentiche dal resto del cast). Aggiungiamoci poi che la bimba non sapeva parlare inglese e che ha imparato tutte le sue battute a memoria, rendendo ancora più reale il suo personaggio. La pellicola di Tarsem è una vera e propria esperienza, che andrebbe assolutamente vista sul grande schermo. Considerando che difficilmente il film arriverà nelle nostre sale, nonostante il patrocinio di Spike Jonze e David Fincher, se avete una televisione da un bel po’ di pollici, resterete molto soddisfatti anche vedendolo in alta definizione, dove potrete ammirare ogni sfumatura dei quadri in movimento dipinti dal regista di origine indiana. Imperdibile. :star: :star: :star: :star:

The Fall The Fall

Prossimamente in sala: Death Race/Riflessi di Morte (Mirrors)

September 21st, 2008

E’ un po’ che non postavo, vero? Eh sì, queste ultime tre settimane sono state davvero congestionate dal punto di vista degli impegni, soprattutto di lavoro. Purtroppo, finché non avrò la forza di volontà di dire “no”, quando mi viene offerto qualche lavoretto extra, il risultato sarà sempre questo. Rinunciare al vil denaro mi è difficile, ma vabbè, solite storie. :) Diamo quindi un’occhiata a un paio di uscite cinematografiche delle prossime settimane che, coincidenza, sono entrambi remake.

Death Race è il nuovo film di Paul W.S. Anderson, il regista di quelle due terribili pellicole che rispondono al nome di Resident Evil e Aliens vs. Predator, ma anche di quei due buoni lavori chiamati Punto di Non Ritorno (o meglio, Event Horizon, che per me è un piccolo cult) e Mortal Kombat. Remake di un film di metà anni ‘70, diretto dal mago del B-Movie Roger Corman, interpretato da David Carradine e da un giovanissimo Sylvester Stallone, che è stato ispirazione per il noto e iperdiscusso Carmageddon, videogioco uscito ormai una buona decina di anni fa, la pellicola ha come protagonista Jason Statham, che veste i panni di Jensen Ames, ex-pilota di macchine NASCAR che, dopo aver perso il lavoro a causa della crisi economica che ha investito il mondo, viene anche incastrato per l’omicidio dell’amata moglie, che però non è stato lui a commettere. L’uomo viene così portato a Terminal Island, prigione di massima sicurezza il cui direttore, una donna, Hennessey, ha inventato lo sport preferito dagli spettatori televisivi, una serie di gare senza esclusione di colpi tra vetture dotate di armi e altri amennicoli, in cui il vincitore è colui che riesce a rimanere in vita alla fine della corsa. La direttrice offre così ad Ames un’occasione irripetibile: prendere segretamente il posto di Frankenstein, il campione di questo sport, morto improvvisamente. In caso di vittoria, il pilota riceverebbe nuovamente la libertà, senza dover attendere i 5 anni che dovrebbe altrimenti passare dietro le sbarre. Massacrato dalla critica americana, il film di Anderson non è poi così male. Certo, la trama è quello che è, la sceneggiatura se ne frega totalmente di sviluppare i personaggi e lascia soltanto spazio alle scene d’azione, ma la pellicola riesce a fare quello che deve fare, ossia intrattenere per un’ora e mezza, cosa non da poco di questi tempi. Il merito va anche ad un Jason Statham sempre più action-hero (non vedo l’ora che escano il terzo Transporter e il secondo Crank, che arriveranno nei prossimi mesi) e ad una Joan Allen elegante e cattiva che si trova perfettamente a suo agio anche in questo B-Movie (e, ad essere sinceri, non ci avrei mai scommesso). Menzione d’onore per la bella latina Natalie Martinez, al suo primo film importante, mentre non lasciano praticamente tracce né Tyrese, né Ian McShane, che ha però a sua discolpa il fatto di apparire soltanto in una manciata di scene. Le sequenze di guida godono di una buona regia, non sono mai caotiche e riescono a mantenere alta la tensione e a tenere incollati allo schermo, sicuramente l’aspetto di cui bisogna tenere conto in una produzione del genere. Se non avete particolari pretese e vi interessa soltanto l’elemento intrattenimento, la pellicola di Anderson, che uscirà nelle nostre sale il prossimo 21 Novembre, fa adeguatamente il suo dovere. :star: :star: :star:

Death Race Death Race

Riflessi di Morte o, meglio, Mirrors (il titolo italiano è decisamente banale) è invece l’ultimo lavoro di Alexandre Aja, il giovane regista francese che si è rivelato un paio di anni fa con l’ottimo Alta Tensione (ritengo che il finale, per quanto abbastanza assurdo, sia comunque molto bello) e che è riuscito a ripetersi piuttosto bene al di là dell’oceano con il remake di Le Colline Hanno gli Occhi di Wes Craven. Questo suo nuovo film è invece il rifacimento di un film coreano del 2003, intitolato Into the Mirror, ed è la storia di Benjamin Carson (Kiefer Sutherland), poliziotto con problemi di alcol, separato dalla famiglia (chi ha detto “Jack Bauer”? Chi? :D ), che viene assunto per sorvegliare un gigantesco grande magazzino di New York, il cui precedente custode è morto in circostanze misteriose e decisamente sanguinose. Una volta dentro all’edificio, scoprirà che i numerosi specchi presenti all’interno della struttura nascondono un segreto mortale, per lui e per la sua famiglia. Dal trailer, la pellicola del regista francese pareva molto interessante, al pari con le sue opere precedenti. Purtroppo per lui, il film risulta abbastanza mediocre, non tanto per la regia, ma per una sceneggiatura che parte bene, naufraga nella parte centrale, dove la pellicola risulta inutilmente farraginosa, ma si riprende pian piano per arrivare a un finale che, come tradizione per il 30enne cineasta d’oltrealpe, è senza dubbio la parte migliore di tutto il lavoro. Chi non brilla come dovrebbe è invece Kiefer Sutherland, vuoi per un ruolo che, in svariati frangenti, sembra la copia carbone di Jack Bauer, ma vuoi anche perché, alla fine, nella maggior parte delle scene, si limita a correre e urlare. Speravo poi che Aja osasse di più e che le sequenze più spettacolari non si limitassero a ciò che era già apparso nei trailer o in rete (continuo a sostenere che quanto capita ad Amy Smart è una delle cose più cruente viste in film mainstream negli ultimi anni). Purtroppo, però, ci si deve accontentare di un inizio davvero promettente e di una parte finale tutta in salita, con un nucleo centrale assente ingiustificato. Non avendo mai visto l’originale, poi, non posso fare confronti, ma devo dire che nel complesso, la pellicola si è fatta guardare, senza mai causare in me moti di ira, cosa che invece capita sovente con la maggior parte degli horror, sopratutto se rifacimenti di film orientali. Il risultato finale, quindi, è discreto. Certo, si poteva fare molto meglio, visti i problemi di sceneggiatura, ma direi che comunque ci si può accontentare. Se vi piace il genere, aspettate il 3 Ottobre, giorno dell’uscita nelle nostre sale, oppure attendete l’uscita in DVD, che non credo si farà attendere più di tanto. :star: :star: :star:

Mirrors Mirrors

Prossimamente in sala: Wall-E/La Mummia: La Tomba dell’Imperatore Dragone

August 30th, 2008

Alla fine sono poi andato a Barcellona. Non c’erano più aerei diretti per Stoccolma nelle date che mi facevano comodo e, quindi, ho cambiato idea, scegliendo di recarmi nella città catalana. La vacanza di tre giorni è stata piacevole, anche grazie al fatto di aver incrociato un amico con morosa, con cui ho girato per i primi due giorni. Il giorno più difficile è stato il terzo, tanto che, dopo otto ore di camminata sotto il sole cocente, mi sono rotto le scatole (se non avessi trovato l’amico per girare e chiacchierare questo sarebbe successo molto prima) e mi sono rinchiuso in albergo fino al mattino dopo, giorno della partenza (sveglia alle 6, aereo alle 9:20). Alla fine, comunque, il bilancio è stato sicuramente positivo, però ho provato sulla mia pelle quello che ho sempre detto: fare un viaggio di piacere, una vacanza, da solo, per me, è l’equivalente dell’orchite. Mi darò da fare per farla in compagnia il prossimo anno.

Ma perché parlo di Barcellona? Semplicemente perché in una delle tre serate passate là mi sono recato in un grosso multisala da 15 sale, situato all’interno di un centro commerciale in riva al mare, nella zona della Cittadella Olimpica, che proiettava soltanto pellicole in lingua originale. L’idea (ero assieme all’amico e alla sua morosa) era quella di vedersi The Dark Knight, ma visto che la sala era strapiena, alla fine si è optato per qualcos’altro. La scelta è fortunatamente caduta su WALL-E, l’ultimo lavoro targato Pixar, che altrimenti avrei probabilmente visto negli ultimi mesi dell’anno. Beh, vi direi subito cosa ne penso, ma voglio che arriviate fino alla fine della recensione. La storia del film è quella di WALL-E, un robottino (il nome è un acronimo che indica le mansioni per cui è stato programmato) rimasto solo su una Terra completamente disabitata, visto che tutti i suoi abitanti sono stati trasferiti nello spazio. E questo tempo passato in solitaria gli ha permesso di acquisire memorie, sviluppare sentimenti e cominciare a comportarsi in modo “umano”. WALL-E passa il suo tempo a raccogliere oggetti strani, che tiene tutti ordinati all’interno della sua “abitazione”, dentro la quale si trova anche un vecchio videoregistratore, attaccato a uno schermo, che permette al robottino di riguardare ogni giorno alcune particolari scene di un celebre musical. WALL-E è solo, vuole una compagna, qualcuno con cui passare del tempo. E questo qualcuno, improvvisamente, arriva dallo spazio, da una gigantesca astronave. Si tratta di EVE, un altro robot inviato sulla Terra alla ricerca di campioni di materiale vivente che potrebbero permettere una nuova colonizzazione del pianeta. WALL-E se ne “innamora” subito, ma all’inizio EVE è abbastanza restia a dargli confidenza, ma fortunatamente, pian piano, le cose cambiano. A un certo punto, però, un evento scatenante la manda in “freeze”, stato che porta WALL-E a proteggerla sempre, in ogni situazione, fino al ritorno della sua astronave sulla Terra. Il robottino capisce che l’unico modo per poter stare con lei è quello di seguirla e riesce così a imbarcarsi sul grosso velivolo spaziale. Mi fermo qui perché altrimenti racconterei tutta la seconda parte del film, anche se le mie parole non riescono a rendere nemmeno un briciolo della magnificenza che gli uomini di Lasseter & Co. hanno messo sullo schermo. Pixar ha dimostrato che un film quasi muto (non ci sono dialoghi per il 70% dell’intera durata) può essere ancora attuale al giorno d’oggi. Quello che strabilia di WALL-E, oltre alla realizzazione tecnica, che sembra addirittura migliore del solito, quindi della perfezione (la telecamera stile documentario usata nei primi 15/20 minuti è un tocco di classe mica da ridere; il film, poi, è la prima produzione Pixar a presentare inserti live action, preludio ai film non animati che la società americana sfornerà dopo il 2010), è la profondità della storia, che tratta sia il tema romantico che quello ecologista (tutta la seconda parte che non vi ho raccontato), in maniera meno banale e molto più adulta del 99% delle produzioni hollywoodiane. Non posso negare di aver addirittura versato qualche lacrima durante la prima parte del film (sì, mi sono identificato nel personaggio, tutto solo e bisognoso di compagnia), cosa davvero inedita per il sottoscritto, che solitamente non si emoziona mai davanti al grande o al piccolo schermo. Che dire, quindi? Capolavoro su tutti i fronti, miglior film Pixar di sempre e, per ora, anche miglior film dell’anno. Mio subito non appena uscirà su DVD o BluRay (me lo compro apposta). Non andare a vedere WALL-E al cinema, quando arriverà nelle nostre sale, è un crimine contro il buon gusto. Non perdetevelo. Capolavoro assoluto. :star: :star: :star: :star: :star:

Wall-E Wall-E

Potrei cominciare questa seconda recensione con la solita tiritera sulla mancanza di originalità che sta affliggendo da qualche anno a questa parte il mondo dell’intrattenimento, cinema e Hollywood in particolare, e che ormai, pur di non rischiare e di tentare qualcosa di nuovo, si riesumano veri e propri cadaveri dalla tomba. Ma non lo farò. Mi limito a dire che, poco più di un annetto fa, quando La Mummia: La Tomba dell’Imperatore Dragone venne annunciato, il mio sesto senso mi diceva che si sarebbe trattato di un film inutile, sia artisticamente (eh beh, ci voleva poco a capirlo), che commercialmente. Certo, il primo episodio della serie mi aveva divertito, perché si trattava di un discreta pellicola d’avventura giunta sul grande schermo dopo anni di buio totale per il genere, con un Brendan Fraser che pareva poter diventare il nuovo Harrison Ford ed uno Stephen Sommers che, al suo terzo film importante, mostrava di essere un valido mestierante. Il sequel, uscito due anni dopo, cancellò tutto il buono mostrato dal primo film: scene poco ispirate, una sequenza finale con effetti speciali davvero tremendi, dialoghi da condanna a morte, e via dicendo. Aggiungiamoci poi uno spin-off ancora più demenziale, che dimostrò che il buon Dwayne “The Rock” Johnson non era ancora pronto per diventare il nuovo Schwarzenegger, e la frittata è fatta. Solitamente, quando una serie viene riesumata dopo così tanti anni (sette, in questo caso), il nuovo episodio manca totalmente del “feel” dei precedenti. Il regista Rob Cohen (xXx, Fast & Furious) e gli sceneggiatori Alfred Gough e Miles Millar (creatori di Smallville), quindi un team creativo completamente differente da quello dei primi due episodi, hanno messo insieme un film migliore del suo predecessore (e ci voleva poco), ma complessivamente fiacco e con poco mordente. Sono passati diversi anni da quando abbiamo lasciato la famiglia O’ Connell, che però è sempre in giro per il mondo all’avventura. Questa volta Rick, Evelyn e il figlio Alex, diventato adulto, si sono recati in Oriente e hanno risvegliato, in seguito all’inganno di una sacerdotessa, la mummia dell’Imperatore Han, che dopo essere risorto, tenterà di fare ciò che gli era stato impedito secoli prima: dominare il mondo con la sua gigantesca armata. Toccherà ovviamente ai nostri eroi tentare di salvare la terra dalla minaccia posta da questo essere mutaforme. Questo terzo episodio della serie ha talmente tanti difetti che risulta difficile elencarli, motivo per cui ve ne elencherò soltanto qualcuno. Innanzitutto, Brendan Fraser appare davvero appesantito per il ruolo che deve interpretare, mentre il giovane australiano Luke Ford, che veste invece i panni del figlio Alex (che avevamo conosciuto da bambino nel precedente episodio) non ha affatto il carisma da eroe che gli servirebbe. Si sente poi terribilmente la mancanza di Rachel Weisz nei panni dell’intelligente e intrigante Evelyn; Maria Bello è una bravissima attrice, certo, su questo non ci piove, ma la sua versione del personaggio ha ben poco a che spartire con l’originale (se gli sceneggiatori fossero stati furbi, secondo me, avrebbero dovuto creare un nuovo personaggio che si unisce a padre e figlio nella loro avventura e, nel frattempo, diventa la nuova donna di Rick… certo, così avremmo avuto due storie d’amore, ma allo stesso tempo si evitava una toppa così clamorosa). Jet Li è invece piuttosto convincente nei panni del cattivo, anche se non appare più minaccioso quanto lo era in Arma Letale 4. Michelle Yeoh in Todt (come una donna così bella possa stare con l’Alvaro Vitali della Formula 1 è un mistero senza risposte), invece, dà vita a un personaggio piuttosto inutile, che avrebbe potuto essere caratterizzato molto meglio. Dietro la macchina da presa, Cohen (anche lui, all’inizio della carriera, prometteva bene… poi a partire da xXx è completamente crollato) dirige sequenze poco ispirate, dotate di buoni effetti speciali, non più così scadenti come quelli del secondo episodio, ma che puzzano nettamente di già visto e lasciano spesso e volentieri l’amaro in bocca. Un film d’avventura deve intrattenere e mi spiace dire che questa terza Mummia, più che divertire, fa arrabbiare. Occasione (prevedibilmente) mancata. :star: :star:

The Mummy: Tomb of the Dragon Emperor The Mummy: Tomb of the Dragon Emperor

Il nuovo membro della famiglia

August 20th, 2008

Si chiama Mac ed è un Golden Retriever (un cucciolotto per ora).

YouTube Preview Image

Mi sta aiutando a vincere la tremenda paura che ho nei confronti dei cani.

UPDATE: Ho aggiunto altri filmati, in alta definizione. Li trovate dopo il salto.

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Prossimamente in sala: Red Cliff/Zohan (You Don’t Mess with the Zohan)

August 9th, 2008

Che John Woo sia il mio regista preferito è una cosa nota, che non ho mai nascosto. Certo, da un cinefilo, normalmente, ci si aspetterebbero nomi come Kubrick, Coppola, Scorsese, Leone o Fellini, tanto per citarne qualcuno. Il cineasta di Hong Kong è riuscito a conquistarmi con una trilogia di film (The Killer/Hard Boiled/Bullet in the Head) così magistralmente girata ed emozionante che lo ha portato a non scollarsi più da quel “trono”, nonostante sia più di un decennio che realizza pellicole che non valgono nemmeno 1/100 rispetto ai suoi capolavori (BTW, la palma di regista preferito, prima che Woo prendesse il sopravvento, ce l’aveva Oliver Stone). Inutile dire che attendevo con notevole interesse il nuovo lavoro del regista di Hong Kong, considerando che le sue ultime esperienze dietro la macchina da presa, il tremendo Paycheck e l’ancora più terribile pilot (che fortunatamente hanno visto in pochissimi… purtroppo anche il sottoscritto) per una nuova versione televisiva di Lost in Space, erano state tutt’altro che esaltanti. E le aspettative, considerando che la nuova pellicola sarebbe stata la prima realizzata da Woo a casa sua dopo 15 anni di “esilio” hollywoodiano, facevano presagire un nuovo capolavoro. Mi duole dire che Red Cliff, almeno la sua prima parte, è sicuramente un buon film, decisamente migliore di tutto quello che il regista ha fatto a partire da Mission Impossible 2 (incluso), ma lontano anni luce dalla trilogia di capolavori di cui parlavo prima. Ho parlato di “prima parte” perché la pellicola, che appartiene al genere wuxia, il cappa e spada orientale, decisamente inedito per Woo, durava in origine più di 4 ore, ma i produttori hanno deciso di splittarla in due parti, facendone uscire una a Luglio, ovviamente soltanto nei territori cinesi e limitrofi, per poi seguire con la seconda a Natale. In occidente, sia in Europa che negli USA, dovremmo invece beccarci una versione ridotta unica, da 2 ore e mezza, la cui data d’uscita resta al momento totalmente ignota. La storia è principalmente incentrata sulla battaglia della collina rossa (che sarà mostrata nella seconda parte), evento di notevole importanza del periodo storico dei Tre Regni, che noi conosciamo soprattutto per i numerosi videogiochi targati Koei, uno dei momenti fondamentali della storia cinese. Tony Leung (Infernal Affairs) e Takeshi Kaneshiro (La Casa dei Pugnali Volanti, Onimusha) sono i volti più noti del cast, che vede anche la partecipazione di Zhao Wei (Shaolin Soccer) e Zhang Fengyi (L’Imperatore e l’Assassino). Chow-Yun Fat doveva inizialmente interpretare il ruolo del protagonista, cosa che non è avvenuta in quanto l’attore feticcio di Woo ha lasciato il set pochi giorni prima dell’inizio delle riprese. Che dire, quindi, di questa prima parte dell’opera? Beh, come detto prima, la pellicola, il cui altissimo budget l’ha portata a essere la più costosa della storia del cinema cinese, è sicuramente valida, ma inferiore sia ai capolavori della categoria che ai film più belli appartenenti a questo genere usciti in questi ultimi anni, come La Tigre e il Dragone o Hero, ad esempio. Certo, Red Cliff ha perlopiù intenzioni storiche, a differenza del lavoro di Zhang Yimou, ma se li si paragona, è l’opera di Woo a uscire come perdente. Il regista di Hong Kong ci ha comunque messo del suo, soprattutto nelle diverse sequenze di battaglia, davvero spettacolari, rovinate però in alcuni casi da un uso piuttosto inutile del rallenty, elemento tipico della sua regia. La pellicola, poi, ha anche il problema di essere piuttosto pesantuccia, effetto dovuto probabilmente al suo carattere storico, poco romanzato e digeribile da chi non conosce la storia cinese, tanto che, per una volta, la decisione di tagliare un paio d’ore per l’uscita europea non sembra, diversamente da quanto capita quasi sempre, una cattiva idea. Il budget elevato si sente, ma i botti sono pochi e ci sono alcune cose che fanno storcere il naso (il “cliffhanger” finale vede un’auto-citazione calcistica da parte di Woo e la ridicola apparizione della solita colomba, questa volta in CG, in un piano sequenza dall’alto visivamente spettacolare). Non posso dire di non aver apprezzato il film, anche se condito da difetti marchiani, ma le mie aspettative sono state abbastanza deluse. Speriamo che la seconda parte riesca a far dimenticare quanto di cattivo c’era in questo “Volume 1″ (tanto per citare una dicitura cara a molti fan di un certo regista americano amante dell’Oriente) che comunque, giudicato oggettivamente, resta comunque un discreto lavoro, ampiamente migliore della serie di porcate bibliche che il regista di Hong Kong ha sfornato dopo Face/Off. :star: :star: :star: :halfstar:

Red Cliff Red Cliff

Credo di essere uno dei pochi estimatori italici di Adam Sandler. Idolo delle folle al di là dell’oceano, come la maggior parte dei comici usciti da quella grande fucina che è il Saturday Night Live, l’attore americano non è mai purtroppo riuscito a sfondare in Europa, dove resta comunque molto stimato, soprattutto in certi paesi. Oltre a essere un bravo comico, Sandler ha dimostrato di avere qualche altra freccia in più al suo arco interpretando film un po’ più difficili rispetto alla sua media come il bellissimo Ubriaco d’Amore di Paul Thomas Anderson e il parzialmente riuscito Spanglish, trasmesso tra l’altro in TV qualche giorno fa. Da una decina di anni, ormai, l’estate cinematografica americana non può considerarsi completa se manca la classica commedia di cui è produttore e protagonista. Il film di quest’anno si intitola Zohan (You Don’t Mess with the Zohan) e lo vede vestire i panni di uno stiloso agente dei servizi segreti israeliani che decide di mettere in scena la sua morte per emigrare a New York e fare quello che ha sempre sognato di fare, il parrucchiere (come dite? Una storia simile l’avete già sentita dal grande Elio? Solo che il personaggio non era israeliano ma calabrese? Vabbè, dettagli…). Ovviamente, il passato comincerà a perseguitarlo e l’uomo si ritroverà a dover combattere i suoi acerrimi nemici, che lo scopriranno ancora vivo e vegeto, sul suolo americano. Scritto da Sandler assieme all’attuale Re Mida della commedia americana, Judd Apatow (regista di 40 Anni Vergine e Molto Incinta, produttore di Superbad, Forgetting Sarah Marshall e molti altri), il film può contare su un cast composto dalla meravigliosa Emmanuelle Chriqui (100 Ragazze), da uno straordinariamente autoironico John Turturro e dagli habitué Rob Schneider, Robert Smigel, Nick Swardson e Kevin Nealon. Certo, l’idea su cui basa la pellicola è piuttosto originale, anche se assomiglia molto a una cosa abbastanza conosciuta da queste parti (dubito fortemente che Adam Sandler abbia plagiato Elio, sia ben chiaro :D ), ma questa volta non si ride quanto si dovrebbe. Per carità, momenti di ilarità ce ne sono, ma sono… appunto… momenti, a differenza di quel che succedeva in molti dei suoi film precedenti. Turturro è semplicemente esilarante, mentre il personaggio di Sandler risulta addirittura un po’ fastidioso e antipatico in alcuni casi, provocando un effetto contrario rispetto a quello che dovrebbe in teoria suscitare. La pellicola, poi, secondo me è addirittura troppo lunga: una decina di minuti in meno avrebbero sicuramente giovato al risultato finale. Non me la sento, quindi, in questo caso, di arrivare alla sufficienza, visto che i difetti sono più dei pregi. Il film è comunque gradevole, ma a mio avviso si poteva fare molto di più. :star: :star: :halfstar:

You Don't Mess with the Zohan You Don't Mess with the Zohan

Prossimamente in sala: Davanti agli Occhi (The Life Before Her Eyes)/Hancock

August 2nd, 2008

Come promesso la settimana scorsa, il blog torna alle origini, e lo fa parlando di cinema, per l’esattezza di due film in arrivo prossimamente nelle nostre sale, già usciti da tempo negli USA, che ho recentemente avuto modo di vedere.

Davanti agli Occhi (The Life Before Her Eyes) è il secondo film hollywoodiano del regista ucraino Vadim Perelman (La Casa di Sabbia e Nebbia). Tratta da un romanzo di Laura Kasischke, la pellicola, uscita incredibilmente soltanto in una manciata di sale la scorsa primavera al di là dell’oceano, ha una storia che si sviluppa su due piani temporali. Diana (Uma Thurman) è una donna, sposata e madre di una bambina, che all’avvicinarsi dell’anniversario di una sparatoria avvenuta nella sua scuola 15 anni prima, dalla quale era riuscita miracolosamente a salvarsi, torna a ricordare e a essere perseguitata da quei momenti, in cui giovane (Evan Rachel Wood) e sognatrice, non era riuscita a salvare la sua migliore amica Maureen (Eva Amurri, figlia del regista italiano Franco Amurri e di Susan Sarandon) dalla furia dei compagni che avevano deciso di compiere questa strage. All’apparenza, il film sembra il classico drammone fondato sui flashback, sull’alternanza tra il presente e il passato, ma è il piccolo colpo di scena finale, assolutamente imprevedibile (anche se alcuni elementi mi hanno ricordato l’unico video musicale diretto dal regista ucraino, quello di Because of You di Kelly Clarkson; un clip bellissimo per una canzone altrettanto bella), che cambia completamente la prospettiva e il modo di leggere la storia e lo rende una vera e propria gemma cinematografica, meritevole di molta più attenzione rispetto a quella che gli è stata effettivamente data. La Thurman è decisamente brava, come sempre, ma anche le giovani Wood e Amurri, che hanno comunque ormai un bel po’ di esperienza sul grande schermo, se la cavano alla grande. Perelman si comporta bene dietro la macchina da presa e ha il merito di essere riuscito ad alternare sapientemente i due piani temporali senza far intuire come stanno in realtà le cose. La pellicola uscirà nelle nostre sale il giorno di Ferragosto, quindi se non sapete cosa fare in quel weekend e non avete voglia di vedervi Narnia, questa può essere sicuramente un’ottima alternativa. :star: :star: :star: :halfstar:

The Life Before Her Eyes The Life Before Her Eyes

In un periodo in cui i sequel, i remake e gli adattamenti da ogni forma mediale, che sia videogioco, libro, fumetto, articolo di giornale o qualunque altra cosa, vedere un film che non appartenga a nessuna di queste categorie è sicuramente qualcosa di positivo. Pur essendo un “superhero movie”, Hancock è basato su una sceneggiatura originale: la sua storia, come avrete sicuramente compreso dai tanti trailer usciti negli ultimi mesi, è quella di un supereroe di colore un po’ sui generis, perennemente ubriaco e confuso, con diversi problemi comportamentali, che un popolare PR prende sotto la sua ala protettiva con l’intenzione di trasformarlo in un eroe completamente positivo e amato dal pubblico. E’ Will Smith a interpretare il ruolo del protagonista, affiancato dall’ormai onnipresente Jason Bateman, tornato al successo dopo i fasti degli anni ‘80, e da una sempre bellissima e meravigliosa Charlize Theron (che quando è vestita con una tutina aderente nera in latex provoca un’inevitabile copiosa fuoriuscita di bava dalla bocca). Il regista invece è Peter Berg, ex-attore (ve lo ricordate sicuramente in Sotto Shock di Wes Craven o in E.R.) passato ormai a tempo pieno dietro la macchina da presa, che ha preso le redini del progetto, in giro per Hollywood ormai da una decina di anni, passato negli scorsi anni tra le mani di Michael Mann e Jonathan Mostow (che ne sono comunque rimasti produttori esecutivi), ma anche di Gabriele Muccino (che per fortuna è stato preso a pedate dai dirigenti Sony). Non è però tutto oro quel che luccica e infatti la pellicola presenta dei difetti e dei problemi piuttosto marcati. Il cast è la cosa migliore del film, con uno Smith in gran forma e una Theron che mostra un lato piuttosto inedito, mentre la sceneggiatura è molto più cupa di quanto i trailer facciano pensare, grazie anche a un colpo di scena relativamente inatteso (certo, se seguite la lavorazione dei maggiori blockbuster come il sottoscritto, saprete già di che si tratta da più o meno un anno). Se credete che la pellicola sia una commedia leggera, beh, ricredetevi perché dalla metà in poi le cose cambiano abbastanza. Questi due aspetti positivi sono purtroppo controbilanciati da una regia decisamente sotto la media: Berg è un valido mestierante, ma ha un senso visivo pari a zero, tanto che molte delle sequenze più movimentate, quelle che dovrebbero essere le più spettacolari (il film ha comunque un budget di 150 milioni di dollari), risultano alquanto confusionarie. Il regista deve però anche dare la colpa ai tecnici degli effetti speciali, guidati dal guru della categoria John Dykstra, che hanno svolto un lavoro davvero deludente e poco curato, che non affatto dà l’impressione che siano stati spesi tutti quei soldi. L’altro grosso problema della pellicola è la durata: fa sorridere che, in un periodo in cui ci si lamenta spesso dell’eccessiva lunghezza di certe pellicole, in questo caso si contesti il fatto che il film dura soltanto 80 minuti, titoli esclusi. E’ che sembra proprio ci siano dei pezzi mancanti, parti di storia presenti in sceneggiatura, girate ma non presenti nel montato finale, che danno alla pellicola un senso pazzesco di incompiuto. La sufficienza c’è, perché comunque il film (la cui uscita italiana è prevista per il 12 Settembre) si lascia guardare, ma i grossi difetti non gli permettono di essere quel che avrebbe potuto diventare in altre mani. Speriamo che nel sequel, inevitabile dopo gli ottimi incassi ottenuti oltreoceano, si riesca a tirare fuori qualcosa di meglio, perché le potenzialità per farlo ci sono tutte. :star: :star: :star:

Hancock Hancock