Alla fine sono poi andato a Barcellona. Non c’erano più aerei diretti per Stoccolma nelle date che mi facevano comodo e, quindi, ho cambiato idea, scegliendo di recarmi nella città catalana. La vacanza di tre giorni è stata piacevole, anche grazie al fatto di aver incrociato un amico con morosa, con cui ho girato per i primi due giorni. Il giorno più difficile è stato il terzo, tanto che, dopo otto ore di camminata sotto il sole cocente, mi sono rotto le scatole (se non avessi trovato l’amico per girare e chiacchierare questo sarebbe successo molto prima) e mi sono rinchiuso in albergo fino al mattino dopo, giorno della partenza (sveglia alle 6, aereo alle 9:20). Alla fine, comunque, il bilancio è stato sicuramente positivo, però ho provato sulla mia pelle quello che ho sempre detto: fare un viaggio di piacere, una vacanza, da solo, per me, è l’equivalente dell’orchite. Mi darò da fare per farla in compagnia il prossimo anno.
Ma perché parlo di Barcellona? Semplicemente perché in una delle tre serate passate là mi sono recato in un grosso multisala da 15 sale, situato all’interno di un centro commerciale in riva al mare, nella zona della Cittadella Olimpica, che proiettava soltanto pellicole in lingua originale. L’idea (ero assieme all’amico e alla sua morosa) era quella di vedersi The Dark Knight, ma visto che la sala era strapiena, alla fine si è optato per qualcos’altro. La scelta è fortunatamente caduta su WALL-E, l’ultimo lavoro targato Pixar, che altrimenti avrei probabilmente visto negli ultimi mesi dell’anno. Beh, vi direi subito cosa ne penso, ma voglio che arriviate fino alla fine della recensione. La storia del film è quella di WALL-E, un robottino (il nome è un acronimo che indica le mansioni per cui è stato programmato) rimasto solo su una Terra completamente disabitata, visto che tutti i suoi abitanti sono stati trasferiti nello spazio. E questo tempo passato in solitaria gli ha permesso di acquisire memorie, sviluppare sentimenti e cominciare a comportarsi in modo “umano”. WALL-E passa il suo tempo a raccogliere oggetti strani, che tiene tutti ordinati all’interno della sua “abitazione”, dentro la quale si trova anche un vecchio videoregistratore, attaccato a uno schermo, che permette al robottino di riguardare ogni giorno alcune particolari scene di un celebre musical. WALL-E è solo, vuole una compagna, qualcuno con cui passare del tempo. E questo qualcuno, improvvisamente, arriva dallo spazio, da una gigantesca astronave. Si tratta di EVE, un altro robot inviato sulla Terra alla ricerca di campioni di materiale vivente che potrebbero permettere una nuova colonizzazione del pianeta. WALL-E se ne “innamora” subito, ma all’inizio EVE è abbastanza restia a dargli confidenza, ma fortunatamente, pian piano, le cose cambiano. A un certo punto, però, un evento scatenante la manda in “freeze”, stato che porta WALL-E a proteggerla sempre, in ogni situazione, fino al ritorno della sua astronave sulla Terra. Il robottino capisce che l’unico modo per poter stare con lei è quello di seguirla e riesce così a imbarcarsi sul grosso velivolo spaziale. Mi fermo qui perché altrimenti racconterei tutta la seconda parte del film, anche se le mie parole non riescono a rendere nemmeno un briciolo della magnificenza che gli uomini di Lasseter & Co. hanno messo sullo schermo. Pixar ha dimostrato che un film quasi muto (non ci sono dialoghi per il 70% dell’intera durata) può essere ancora attuale al giorno d’oggi. Quello che strabilia di WALL-E, oltre alla realizzazione tecnica, che sembra addirittura migliore del solito, quindi della perfezione (la telecamera stile documentario usata nei primi 15/20 minuti è un tocco di classe mica da ridere; il film, poi, è la prima produzione Pixar a presentare inserti live action, preludio ai film non animati che la società americana sfornerà dopo il 2010), è la profondità della storia, che tratta sia il tema romantico che quello ecologista (tutta la seconda parte che non vi ho raccontato), in maniera meno banale e molto più adulta del 99% delle produzioni hollywoodiane. Non posso negare di aver addirittura versato qualche lacrima durante la prima parte del film (sì, mi sono identificato nel personaggio, tutto solo e bisognoso di compagnia), cosa davvero inedita per il sottoscritto, che solitamente non si emoziona mai davanti al grande o al piccolo schermo. Che dire, quindi? Capolavoro su tutti i fronti, miglior film Pixar di sempre e, per ora, anche miglior film dell’anno. Mio subito non appena uscirà su DVD o BluRay (me lo compro apposta). Non andare a vedere WALL-E al cinema, quando arriverà nelle nostre sale, è un crimine contro il buon gusto. Non perdetevelo. Capolavoro assoluto.
Potrei cominciare questa seconda recensione con la solita tiritera sulla mancanza di originalità che sta affliggendo da qualche anno a questa parte il mondo dell’intrattenimento, cinema e Hollywood in particolare, e che ormai, pur di non rischiare e di tentare qualcosa di nuovo, si riesumano veri e propri cadaveri dalla tomba. Ma non lo farò. Mi limito a dire che, poco più di un annetto fa, quando La Mummia: La Tomba dell’Imperatore Dragone venne annunciato, il mio sesto senso mi diceva che si sarebbe trattato di un film inutile, sia artisticamente (eh beh, ci voleva poco a capirlo), che commercialmente. Certo, il primo episodio della serie mi aveva divertito, perché si trattava di un discreta pellicola d’avventura giunta sul grande schermo dopo anni di buio totale per il genere, con un Brendan Fraser che pareva poter diventare il nuovo Harrison Ford ed uno Stephen Sommers che, al suo terzo film importante, mostrava di essere un valido mestierante. Il sequel, uscito due anni dopo, cancellò tutto il buono mostrato dal primo film: scene poco ispirate, una sequenza finale con effetti speciali davvero tremendi, dialoghi da condanna a morte, e via dicendo. Aggiungiamoci poi uno spin-off ancora più demenziale, che dimostrò che il buon Dwayne “The Rock” Johnson non era ancora pronto per diventare il nuovo Schwarzenegger, e la frittata è fatta. Solitamente, quando una serie viene riesumata dopo così tanti anni (sette, in questo caso), il nuovo episodio manca totalmente del “feel” dei precedenti. Il regista Rob Cohen (xXx, Fast & Furious) e gli sceneggiatori Alfred Gough e Miles Millar (creatori di Smallville), quindi un team creativo completamente differente da quello dei primi due episodi, hanno messo insieme un film migliore del suo predecessore (e ci voleva poco), ma complessivamente fiacco e con poco mordente. Sono passati diversi anni da quando abbiamo lasciato la famiglia O’ Connell, che però è sempre in giro per il mondo all’avventura. Questa volta Rick, Evelyn e il figlio Alex, diventato adulto, si sono recati in Oriente e hanno risvegliato, in seguito all’inganno di una sacerdotessa, la mummia dell’Imperatore Han, che dopo essere risorto, tenterà di fare ciò che gli era stato impedito secoli prima: dominare il mondo con la sua gigantesca armata. Toccherà ovviamente ai nostri eroi tentare di salvare la terra dalla minaccia posta da questo essere mutaforme. Questo terzo episodio della serie ha talmente tanti difetti che risulta difficile elencarli, motivo per cui ve ne elencherò soltanto qualcuno. Innanzitutto, Brendan Fraser appare davvero appesantito per il ruolo che deve interpretare, mentre il giovane australiano Luke Ford, che veste invece i panni del figlio Alex (che avevamo conosciuto da bambino nel precedente episodio) non ha affatto il carisma da eroe che gli servirebbe. Si sente poi terribilmente la mancanza di Rachel Weisz nei panni dell’intelligente e intrigante Evelyn; Maria Bello è una bravissima attrice, certo, su questo non ci piove, ma la sua versione del personaggio ha ben poco a che spartire con l’originale (se gli sceneggiatori fossero stati furbi, secondo me, avrebbero dovuto creare un nuovo personaggio che si unisce a padre e figlio nella loro avventura e, nel frattempo, diventa la nuova donna di Rick… certo, così avremmo avuto due storie d’amore, ma allo stesso tempo si evitava una toppa così clamorosa). Jet Li è invece piuttosto convincente nei panni del cattivo, anche se non appare più minaccioso quanto lo era in Arma Letale 4. Michelle Yeoh in Todt (come una donna così bella possa stare con l’Alvaro Vitali della Formula 1 è un mistero senza risposte), invece, dà vita a un personaggio piuttosto inutile, che avrebbe potuto essere caratterizzato molto meglio. Dietro la macchina da presa, Cohen (anche lui, all’inizio della carriera, prometteva bene… poi a partire da xXx è completamente crollato) dirige sequenze poco ispirate, dotate di buoni effetti speciali, non più così scadenti come quelli del secondo episodio, ma che puzzano nettamente di già visto e lasciano spesso e volentieri l’amaro in bocca. Un film d’avventura deve intrattenere e mi spiace dire che questa terza Mummia, più che divertire, fa arrabbiare. Occasione (prevedibilmente) mancata.